Carriera o maternità?

da | Mar 8, 2023 | Papers!

Il lavoro delle mamme e l’accesso ai servizi per l’infanzia

Le decisioni professionali delle donne che decidono di diventare madri sono scelte difficili che incidono sul loro futuro non solo economico, ma anche professionale, sulla loro indipendenza e sulle loro opportunità future.

Una tematica importante a cui ha fatto cenno il nostro Presidente della Repubblica Mattarella nel suo discorso di reinsediamento: “Dignità è non dover essere costrette a scegliere tra lavoro e maternità”. 

Carenza di servizi, pregiudizi sul luogo di lavoro e difficoltà strutturali in un contesto sociale che non supporta sufficientemente le lavoratrici madri fa sì che le donne si trovino spesso di fronte a uno sgradevole bivio. Questa è una situazione di squilibrio professionale che evidenzia il distacco di circa 30 punti percentuali tra lavoratori padri e madri, come si deduce dal grafico riportato di seguito. 

Le donne, a differenza degli uomini, devono quindi fare i conti con un notevole svantaggio in merito ai loro orizzonti di vita se decidono di intraprendere una maternità. Questo punto di disequilibrio si nota non solo sul versante occupazionale, ma anche su quello retributivo.

Avete mai sentito parlare di “motherhood penalty” o “child penalty gap”?

Questi due termini indicano la penalizzazione sul reddito femminile a seguito di una gravidanza. Questo fenomeno si riscontra solamente nei confronti delle madri; i padri infatti non subiscono una diminuzione del reddito nel caso in cui la famiglia si dovesse allargare.

Secondo quanto osservato dalle analisi dell’INPS: “La penalità è molto pronunciata nel breve periodo, in particolare nell’anno del congedo e in quello successivo, ma permane anche diversi anni di distanza dalla nascita. A quindici anni dalla maternità, i salari lordi annuali delle madri sono di 5.700 euro inferiori a quelli delle donne senza figli rispetto al periodo antecedente la nascita”.

Perché solo le donne? 

Per dare una spiegazione dobbiamo considerare alcuni aspetti sociali:

Stereotipi di genere: la donna è ancora oggi la principale responsabile della gestione famigliare e questo è condizionato da stereotipi che influenzano la preferenza di responsabilità sulle madri rispetto ai padri nel dedicare più tempo alla famiglia e alle cure della prole;

Divario occupazionale: anche se le donne in media sono più istruite e competenti, le madri o future tali sono perlopiù inoccupate o, se occupate, discriminate in termini di carriera e retribuzione;

Discriminazioni relazionali sul lavoro: quando si tratta di discriminazioni, non si parla solo di orizzonti professionali, ma anche di problematiche relazionali con colleghi o datori di lavoro, come per esempio essere ritenute poco attente o concentrare, e quindi inadatte, al loro ruolo.

Se la scelta di avere figli o meno è molto personale e dipende da numerose variabili, le condizioni di contesto, tra cui le politiche pubbliche e la disponibilità di servizi accessibili e di qualità, possono influenzarla ulteriormente. 

“Il nostro è un Paese indecente…una donna è costretta a scegliere (buttando all’aria anni e anni di sacrifici) se vuole anche una famiglia. Un Paese dove la tutela della maternità inizia e finisce con gli 800 euro del premio nascita (e dobbiamo pure ringraziare che esiste!). Non si dovrebbe essere costretti a scegliere tra un lavoro (molto spesso anche precario) e un figlio: sono due priorità che seppur differenti sono importanti per la realizzazione della donna. Siamo un Paese anni luce lontano dalla civiltà”.

– Daniela, geometra, 36 anni 

In Italia c’è ancora molta strada da fare per permettere a una coppia di iniziare un progetto di famiglia senza dover rinunciare a nulla, sentendosi tutelati e rispettati pienamente.

Se si tratta di servizi, la situazione degli asili in Italia ha notevoli falle e in parecchi casi è accessibile solo grazie a un notevole esborso economico, in controtendenza con gli stipendi delle madri.

Mandare i figli al nido resta ancora un miraggio per tanti genitori: solo il 26,9% dei bambini sotto i 3 anni riesce ad accedere a un posto. Tra il 2016 e il 2018 l’offerta di servizi per la prima infanzia, come le strutture educative, nella nostra nazione è aumentata di circa l’1,5%. Una crescita non trascurabile ma ancora troppo lenta, se pensiamo che l’obiettivo europeo di 33 posti in asilo nido ogni 100 bambini era stato fissato dal Consiglio europeo di Barcellona nel lontano 2002 e avrebbe dovuto essere raggiunto entro il 2010.

Se volessimo tagliare questa meta, il nostro Paese dovrebbe creare almeno altri 100mila posti. Ma non siamo così lontani dall’obiettivo: il PNRR ha previsto 3,1 miliardi di euro per la creazione di nuovi asili nido! Grazie a questo finanziamento si passerebbe dall’attuale copertura del 26,9% al 45,5% entro la fine del 2025. Questo rappresenterebbe per l’Italia un importante miglioramento, seppur con tempi più lenti rispetto agli altri Paesi. Spagna e Francia, infatti, hanno già superato il 40% nel 2020. 

Minore presenza di asili significa mancato supporto educativo nei primi anni d’età, ma anche minore assistenza per le famiglie e, in particolare, per le madri. 

Non a caso, dove i servizi per l’infanzia scarseggiano, l’occupazione femminile è visibilmente più bassa.

Questi non sono “parcheggi per i figli”, ma luoghi fondamentali per la formazione e crescita dei bambini. Dal 2017, infatti, viene riconosciuta la natura educativa e non solo assistenziale dei servizi di prima infanzia.

Incrementare la presenza di nidi contribuisce alla diminuzione del divario di genere e permette ai bambini di avere accesso a un percorso educativo di qualità, indipendentemente dal reddito dei genitori.

Non possiamo però dimenticare l’aspetto socio-economico: a causa del costo elevato delle rette, le famiglie con due stipendi hanno maggiori probabilità di iscrivere i figli all’asilo. Infatti il reddito annuo delle famiglie che usufruiscono del nido è mediamente più alto di quello delle famiglie che non ne usufruiscono.

Investire nell’educazione e nei servizi per l’infanzia è una scelta necessaria e urgente per il nostro Paese, non solo per rispettare le direttive europee, ma anche per appianare quei divari territoriali, sociali, economici e di genere che ancora sono presenti in Italia.

Investire nell’educazione significa investire nel futuro.

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